Parole di Elisabetta Cremaschi su S. Mojtaba Vahedi

L’arte della vita in punta d’ago. I ricami dipinti di Seyed Mojtaba Vahedi

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Nella vita, come nell’arte, verrebbe da dire ancor più nell’arte della vita, non comprenderemo mai dove tutto ha avuto inizio e avrà fine. Non sapremo mai, con certezza, dove e quando e come è stato piantato il primo seme di cui, un giorno, coglieremo il fiore e il frutto, quale «orizzonte di senso» è stato preparato per noi. Ma in questa storia artistica, nella fratellanza di Hassan e Seyed Mojtaba Vahedi, è successo qualcosa che, nel tempo e in trasparenza, oggi appare in sostanza davanti ai nostri occhi. Una mamma tessitrice di tappeti, un bambino pittore precoce, Hassan, al quale ogni oggetto della vita quotidiana – per primi i teli materni – chiedeva di essere dipinto, trasformato, adornato dai suoi disegni colorati. Mani piccole che facevano rivivere la famiglia in un grande affresco bambino, la casa dipinta. E poi Seyed Mojtaba, che sembrava essere scampato alla malìa che aveva incantato Hassan per tutti gli anni in cui si era dedicato alla professione di tecnico di aeroplani e ingegnere di manutenzione dell’Iran Air. Sembrava, fino al cambio del tempo, quello del meritato riposo, che ha fatto riemergere quei «tratti dell’avvenire» che erano stati segnati nell’infanzia. Oggi Seyed Mojtaba si dedica ai ricami, il modo in cui definisce le sue opere tessili. E mentre ho letto le sue parole, la mia mente è andata all’etimologia del verbo ricamare, alla sua prima eco di origine araba raqama, e in seguito ebraica rakam, che dice di quell’incontro tra ago e filo che, trapassando la stoffa, dà vita a inaspettate narrazioni il cui solo intento del gesto, sia artistico o meramente decorativo, risveglia in noi una bellezza antropologica, intima, che sentiamo di conoscere. E lo fa indipendentemente dalla nostra terra d’origine. Ci cattura, ci affascina, rianima ricordi lontani, ci attrae e insieme commuove. È questo che si prova guardando gli arazzi di Seyed Mojtaba. All’improvviso, prima ancora di pensare a come comprendere, ci sorprendiamo a entrare nei suoi lavori attraverso i suoi occhi. Piccoli occhi che hanno visto i vecchi quadri della tradizione persiana appesi nei bar o nei luoghi della città d’infanzia, quadri che riproducevano scene religiose o tratte da poemi epici come lo Shahnameh, Il libro dei Re, in cui Ferdowsi attorno al 1000 d.C. aveva messo in pagina, tra storia e mitologia, la costruzione della civiltà persiana, dalla creazione del mondo fino alla conquista islamica del VII secolo. Ma i quadri di formazione, i primi sguardi, sono stati anche quelli della pittura popolare Qajar che si rifacevano all’alta pittura antica o ancora quelli delle raffigurazioni popolari e religiose usati dai cantastorie incontrati sulla via del paese. Insieme, le piccole dimensioni degli arazzi, conducono l’osservatore sulla soglia della più antica tradizione pittorica persiana, quella delle miniature, esempi sublimi di delicatezza che rievocano la grande Scuola di Herat. Le miniature sono state le prime opere pittoriche destinate a illustrare i manoscritti e i libri, e sono dense di elementi simbolici: dalla rappresentazione o trasfigurazione delle figure religiose all’apparizione degli animali, all’introduzione di oggetti e fiori, potenti elementi espressivi che sembrano migrare, con infinita grazia, dalla vita alle opere di Seyed Mojtaba attraverso l’apertura di un varco onirico. Manca la dimensione che conferisce profondità, in questi arazzi nessuna fuga è concessa dall’uso della prospettiva a chi vi si addentra. Tutto si dà all’istante, insieme, in consonanza evocativa, in un gioco di significativi rimandi all’apparenza inestricabile, e chi vi si trova di fronte deve concedersi il tempo della tessitura di una esuberante e particolare narrazione. I colori non sono meno determinanti dei disegni ai fini dell’interpretazione. Perfetti nel riprodurre quelli reali, stratificati, fino a quelli metafisici, di una terra vasta e capace di mutamenti radicali di paesaggio e stagioni da vivere nell’arco di una giornata. Una terra che, anche in questo senso, può definirsi unica, dove Oriente e Occidente si sono incontrati all’origine. È dunque una doppia possibilità di lettura e di conoscenza, la strada che si trova a percorrere l’osservatore. Mentre guarda, scruta, cerca piste e riferimenti, in fondo, s’imbatte in se stesso perché, per quanto vogliano farci credere che non sia così, la verità è che gli eterni del sogno, messi qui in scena, sono gli stessi di tutti gli esseri umani. E poi la luce: irradiano una luce intensa le opere di Seyed Mojtaba, sembra quasi di sentire una vibrazione. Una luce che è elemento principe, vitale e spirituale della cultura persiana e che accarezza la circolarità cosmica riprodotta dall’autore in ciascuna opera. Non di meno, che mette in relazione ogni arazzo con gli altri. Passando in rassegna la selezione delle opere in mostra, vi ritroverete a desiderare, una volta finito il percorso, di tornare alla prima, un rituale necessario alla piena e più felice comprensione del tutto. Andrete avanti e indietro in un ordine senza tempo, scandito dall’apparizione di segni calligrafici, altro tributo artistico alla tradizione. Segni che trovano il loro apice nell’opera in cui il nome «Alì», posto sul volo libero delle colombe, onora quel collegamento tra terra e cielo che da sempre contraddistingue la cultura iraniana: dalle architetture alle decorazioni dell’artigianato, dall’arte alla letteratura, e di cui la poesia è voce impareggiabile. Lì, ai quattro lati, sono scritte anche le parole «ya Alì», una richiesta di aiuto, quasi fosse una destinata preghiera. Altre opere onorano invece le gesta dell’Imām Reza, raffigurato in una mentre rimprovera il cacciatore che ha ferito la cerva fino a che questi non arriva a tagliarsi la mano colpevole, e in altre mentre protegge gli animali nei pressi del fiume. Sono i cervi, i leoni, i cavalli, i conigli, le colombe e altri uccelli, le creature simboliche che popolano le scene degli arazzi di Seyed Mojtaba. Sono gli animali che vivono in contiguità con la vita degli uomini, la vivificano, la determinano, la salvano. In particolare, con la vita delle donne. Anche l’amore non poteva non apparire in questa fragile esistenza ricamata. Esiste infatti anche un tributo a uno dei racconti più alti della letteratura persiana, la storia di Leyla e Majnun, e dice del dolore dell’amore ostacolato dagli uomini che osano separare ciò che, quell’Alì dal volto coperto che campeggia nell’arazzo, aveva pensato per questi due giovani. L’amore come forma suprema dell’espressione dell’essere al mondo. In continuità con questa rivelazione, in un’altra opera si racchiude il senso del viaggio di questa esperienza e di ogni altra esperienza di bellezza e quindi dell’essere, allo stesso modo dell’arte e, come in principio di queste mie parole, ancor più dell’arte della vita. Qui ciò che filo e ago disegnano è il viaggio (Isrā) che Maometto compì, cavalcando il mistico destriero alato Burāq, mandato dall’Arcangelo Gabriele e traghettatore di profeti, dalla Mecca alla Moschea delle Rocce di Gerusalemme nel VII secolo. In quel tragitto notturno vide le pene infernali e le delizie paradisiache riservate ai dannati e ai beati, prima di intraprendere l’ascesa verso i sette cieli (Mi’rāj) e giungere alla definitiva «visione beatifica», impossibile per ogni uomo terreno, di Allah. Qui, i segni calligrafici si fanno muti, non dicono nulla, sono pura decorazione in vece di ciò o di colui che non si può nominare. Ed è in queste due opere più delle altre che io vedo la perfetta continuità con quelle di Hassan Vahedi: quell’ascesa dentro e fuori di noi, quel sentire poetico della natura che ci determina e contiene, quello «splendore del vero» che è solo della piena bellezza e piena inquietudine, del sentire che provoca in noi il suo incontro, espresso senza pari nella magnificenza eterea e concreta dei fiori di Hassan, la forma più alta dell’autenticità del nostro vivere. E se così, anche in questo tempo, io rinnovo tutta la mia fiducia nel potere di trasformazione che ci offre l’arte. E dico grazie per questa rinnovata possibilità di trascendenza.

aprile 2019, Elisabetta Cremaschi

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