Sculture in legno “Fuori cornice”, 2011

fotografie di Gabriella Caponigro

Il simbolismo cromatico nelle sculture di Hassan Vahedi, testo critico di Marie Rebecchi

La Natura è un tempio dove viventi colonne lasciano

talvolta uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso

foreste di simboli che lo osservano con sguardi a lui familiari.

(C. Baudelaire, Corrispondenze, in I fiori del male)

A fa assaggi e arrembaggi di assemblaggi:

(E. Sanguineti, Scoazera, in Varie ed eventuali)

Le sculture in legno di Hassan Vahedi presentate in mostra sono l’esito di uno scrupoloso e originale lavoro di assemblaggio di materiali di recupero che, attraverso una raffinata tecnica pittorica e un uso spiccatamente simbolico del colore, riannodano eccentricamente pittura e scultura in una comune dimensione artistico-linguistica. Il riscatto di materiali e oggetti scartati o rifiutati assume, nelle opere di Vahedi, la forza di un gesto resistenziale contro la dispersione di tutto ciò che sfugge al dogma dell’utile e patisce l’indifferenza del mercato: residui di un mondo riluttante a custodire e serbare l’inutilizzato, materiali emarginati e invecchiati che il meticoloso lavoro dell’artista provvede a salvare, valorizzare e nobilitare. In questo modo i materiali di recupero, trattati, ricomposti, assemblati, saldati e dipinti con la sapiente cura di un miniaturista, acquistano la dignità e il valore di un’opera d’arte performativamente anticonformista. Nulla, dunque, di più distante sia dalle opere readymade – dove oggetti d’uso comune sono elevati al grado di opere d’arte dalla semplice scelta dell’artista di esibirli in uno spazio espositivo –, sia dagli oggetti a funzionamento simbolico dei surrealisti o, addirittura, dal gesto defunzionalizzante che caratterizza gli objets trouvés. Nelle opere di Vahedi il gesto non corrisponde a una mera decisione, ma si pluralizza in una progressione di gesti volti alla sublimazione del materiale trovato, tali da conferire valore all’opera in virtù del lavoro, tanto manuale quanto concettuale, che sono in grado di far penetrare al suo interno.

Nei lavori di Vahedi l’occidente contemporaneo – ovvero la realtà che abita da ormai molti anni –, offrendosi alla creatività dell’artista come un serbatoio inestinguibile d’immagini, pensieri, volti e colori –, si configura come la costante e imprescindibile fonte d’ispirazione, che trova, paradossalmente, la sua più efficace traduzione nell’azione immutabile e nella potenza arcaica dei simboli. È come se il potere simbolico di forme e colori fosse in grado di sovvertire l’intera iconografia del mondo contemporaneo, riattivando formule simboliche primitive cariche di energia animale (serpente, uccello), vegetale (sinuose piante rampicanti) e cromatica (rosso-fobia, verde-slancio vitale). Questi simboli, emissari del mondo interiore e dell’ancestrale e raffinata cultura persiana da cui Vahedi proviene, appaiono a tutta prima come presenze non polarizzate, accumuli di carica energetica che, depositati in una memoria collettiva, persistono nel tempo e assumono carica positiva o negativa solo nell’incontro con una nuova epoca e con una nuova geografia fisica ed emozionale. L’alfabeto di simboli che compone e reinventa anacronisticamente il linguaggio artistico con cui Vahedi ricontestualizza le sue personali immagini e impressioni del moderno, conferisce alle sue opere un’aura inequivocabilmente mistica, intrisa di elementi cromatici e formali mutuati anche dall’arte islamica. Al di là di ogni coinvolgimento religioso, il “simbolismo cromatico” di Vahedi riflette piuttosto la sua sensibilità politica: le superfici verdi che costellano alcune sue recenti opere sono, forse, un implicito rimando al “Movimento verde”, nato in Iran a seguito delle elezioni presidenziali del 2009, simbolo islamico di rinascita, rivolta e speranza. Verde è anche il colore della vegetazione che s’inerpica longitudinalmente in una delle sue sculture –motivo che si ripete anche in molte sue opere pittoriche –, tracciando eleganti arabeschi e iniettando linfa vitale all’inerte materia lignea.

Se l’economia formale e l’aspetto emblematico di alcune sculture di Vahedi richiamano elementi eminentemente totemici – manifestazioni ibride di figure umane e segni astratti –, in altre spiccano prepotentemente elementi pienamente figurativi: inquietanti volti picassiani, dai cui occhi, resi simbolicamente indipendenti dal contesto, è possibile accedere alla visione di una realtà macabra e terrifica, ovvero la morte che impietosamente consuma lo sguardo di ogni soldato in guerra. Allo stesso modo il serpente, atavico e contraddittorio simbolo del mutamento e della ricorsività del tempo, dominando dall’alto una delle sculture, riflette attraverso il rosso del suo corpo-spirale la tonalità emotiva di un volto scisso tra il nero, che rimanda a un fondo oscuro preda costante delle paure, e il bianco che si appella al bisogno di dominarle.

Le opere di Vahedi mettono, inoltre, in evidenza il rapporto contrappuntistico che sussiste tra il pieno e il vuoto della materia scultorea: lo spazio non colmato dalla presenza delle forme emana anch’esso delle sorprendenti premesse morfologiche che conferiscono al vuoto la possibilità di contribuire al raggiungimento della compiutezza dell’opera che, però, mai stabilizza la molteplicità dei propri significati possibili in un titolo. Impresa ardua, se non impossibile, fissare e restituire il coacervo di esperienze inscritte nelle opere di Vahedi in un’unica definizione.

Marie Rebecchi 2011

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